Therapy? – Recensione: Cleave

Non riesco a farmi piacere la trap, e credetemi, posso dire di averci provato. Purtroppo certi stili sono generazionali ed è giusto che ognuno si ricordi (e si vergogni, nel caso) delle canzoni ascoltate a quindici anni. Io, ad esempio, da qualche parte in casa conservo un santino di Giovanni Lindo Ferretti. Se ben rammento la stagione dei Therapy? invece è terminata con “Semi-detached“, album più che dignitoso accolto da una generale indifferenza (se non ricordate il singolo “Church of Noise“, non vi preoccupate, non siete certo i soli). Ci si aspettava uno scioglimento, e invece, ad onta di ogni strenua decisione o voto contrarioAndy Cairns ed i suoi hanno continuato puntualmente a pubblicare album trattati con sufficienza (o nel peggiore dei casi, ignorati) da stampa e pubblico. “Cleave” (prodotto dal fido Chris Sheldon) è il quindicesimo della serie e segue di tre anni il precedente “Disquiet” che si distingueva per una bella copertina in stile Unsane e una decisa ripresa a livello di songwriting.

Da qui in poi la recensione cercherà di essere imparziale, ma non posso garantirlo, perché conosco “Troublegum” a memoria, e confesso di aver scoperto gli Husker Dü grazie ad “Infernal Love“. Il disco dopotutto non ha alcuna intenzione di piacere ad un pubblico vasto;  superata la soglia dei quaranta anche i Therapy? hanno raggiunto la consapevolezza che, come recita uno dei pezzi migliori della raccolta e sicuro anthem ai prossimi concerti, “Success? Success is Survival“. Meglio allora concentrarsi sulla scrittura (democratica, come da un po’ di tempo a questa parte), suonare e registrare. In “Cleave” non c’è una canzone che sia dimenticabile, a partire dall’assalto punk rock virato al noise che lo inaugura (“Wreck it like Beckett“), passando per il giro di basso di “Kakistocracy“, un’euforica resa al disagio (“It’s okay not to be okay, when you’re living through this”) fino a “Save Me From the Ordinary”, che insegna a suonare alternative pop senza sembrare gli A Perfect Circle. Se questo non bastasse, ecco i pezzi forti: “Callow” (già proposto in versione acustica nei concerti del 2018) è un midtempo che culmina in un ritornello pop-punk degno di un adolescente in rivolta (“If you take my demons/you take my angels too”) mentre la melodia struggente di “Crutch” ricuce i rapporti con quella “Die Laughing” che aveva traghettato i Therapy? nel passaggio da promessa del noise a cometa dell’alternative metal.

Nella sua brevità (trentadue minuti) “Cleave” è un disco perfetto per la fascia di pubblico a cui si rivolge, perché riesce a mescolare assalti punk noise e refrain accattivanti con una facilità che non si osservava dai primi anni ’90. Francamente io non me la sento di chiedere di più a questi coraggiosi e coriacei irlandesi.